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panurgo13
Pensieri, parole, (ri)sentimenti, sogni e quant'altro


Diario


17 maggio 2007

Ora

Ora che ho ucciso anche l'amore tenero, dopo avere ucciso quello appassionato; ora che ho pianto, vegliato, chiesto perdono; ora che ho ingannato, finto, tradito; ora che sono stato di ghiaccio, ora che sono scappato via, che mi sono nascosto, che ho dormito in albergo; ora che tutto è finito; ora guardo al tempo davanti a me e non so cosa accadrà. Ora imparerò dai miei errori, dalle infamie di cui vergognarmi. Ora, è tempo.




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14 maggio 2007

Gli angeli per Angelo

Per uno che si chiama Angelo è forse naturale interrogarsi su cosa siano gli angeli, cercare di farsi un'idea su queste creature invisibili di cui si porta il nome. Ateo per intima disperazione, pagano per nostalgia del libero e luminoso culto degli dèi, cristiano per il limpido sapore della parola sacra, amo scavare con passione intorno alle frontiere, alle frange dell'immensa provincia della religione. E dunque ho la mia personale idea sugli angeli.
Nonostante l'etimo greco, per me l'angelo non è quasi per nulla il nunzio, il messaggero, lo spirito visibile che annuncia l'eterno volere di Dio. L’angelo è piuttosto colui che accompagna lungo il cammino, l’angelo custode, colui che difende dai pericoli. Più ancora, e soprattutto, per me l’angelo è colui che difende dal male, che difende i deboli, i poveri, i miseri; colui che difende dall’oppressione quelli che non hanno altra difesa se non la speranza, le lacrime, la sofferenza. Intorno a chi è oppresso, a chi è calpestato, a chi è bastonato nel corpo e nell’anima, vorrei che ci fossero davvero – con lance e spade, archi e scudi - legioni di angeli a difenderlo; immagino e desidero un esercito, un quadrato, una falange di questi spiriti immortali a fare muro intorno alla fragile vita di chi muore di fame, di chi piange, di chi soffre senza colpa. E tanto spesso dispero di quella poca fede che mi fu insegnata da bambino proprio perché vedo invece cadere per terra, inerti, quelle spade che dovrebbero levarsi fiammeggianti, quei clipei che dovrebbero brillare al sole.







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27 aprile 2007

Le mie donne (psicologico)

Qualche sera fa sono andato a mangiare in un ristorante di Bertinoro. Pizza non buona e servizio trasandato, a cui si aggiungevano la mia solita agonia di questi giorni, la mia tensione, la mia indecisione perenne. Eppure era una bella sera di primavera, e il ristorante è in una posizione splendida, sul colle di Bertinoro, affacciato sopra Cesena, col mare che si vede in lontananza. Fuori dal ristorante, sul muro accanto alla porta, mi sorprende una copia della Gradiva; mi sorprende perché sembrava che la stessa brezza che quella sera soffiava sulle colline agitasse anche i suoi vestiti di ragazza che cammina; mi sorprende perché era tanto che non pensavo a quel bassorilievo, lo avevo quasi dimenticato, avevo lasciato che una macchia d'ignoranza e di oblio prendesse il posto di quella piccola scintilla di luce. La Gradiva, appunto. Eccola qui la ragazza che cammina...



Lei è la ragazza di cui sento nostalgia; sento nostalgia di quel passo leggero e sicuro, di quell'essere integro e immortale, di quell'incedere semplice e fiero, con le mani che tengono il vestito; nostalgia di quella misurata superbia. Gradiva, simbolo di bellezza, mio desiderio vano, mio sogno, mia luce, di cui in te, in te, in te sola avevo trovato un raggio...

E a fare il paio con la Gradiva, c'è Leopardi, questo Leopardi...

Alla sua donna


Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla spene m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.


Ecco, queste sono le mie donne...




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27 aprile 2007

Storie di cantiere

Grazie al lavoro che faccio (installazioni petrolifere) appartengo ad un genere fortunato di persone, quasi privilegiato: quello di coloro che possono raccontare storie ed aneddoti tratti dal proprio lavoro. Tutti quelli che lavorano hanno questa possibilità, ma con gradi e intensità differenti a seconda del tipo di lavoro, e bisogna riconoscere che certi lavori consentono molto più di altri di accumulare un patrimonio di storie, e di farsi così novelliere. Medici, magistrati, avvocati, preti, marinai, chiunque abbia contatto con la natura umana - fisica o morale - o con ciò che nel mondo vi è di nuovo e inconsueto, tutti costoro hanno certamente storie da raccontare, casi buffi, curiosi, tristi, inconsueti da servire a tavola agli amici. Per chi lavora in cantieri all'estero, in cantieri che spesso sono in Africa o in Medio Oriente - in luoghi che profumano di esotico - spesso i racconti si tingono del duplice colore della tecnica e dell'avventura. La tecnica, perchè a volte ci si intrattiene per ore a parlare delle prestazioni di certe valvole, del colpo d'ariete su una condotta che capitò nella tale o talaltra occasione, nel tale o talaltro paese; della messa in marcia di quella turbina, del collaudo di quel serbatoio, di quel famoso bagno nel petrolio per colpa di una flangia mal serrata. E poi c'è l'avventura, perché si ricorda quel viaggio interminabile in mezzo al deserto, quella notte ad Algeri col mal di pancia, i posti di blocco dei soldati, i villaggi nigeriani in mezzo alle paludi, il caldo, il sole, le zanzare...
E io mi incanto e mi perdo ad ascoltare i miei colleghi mentre raccontano queste storie, estasiato, con gli occhi spalancati, come un bambino che ascolti una fiaba meravigliosa. Racconti strani, avventure talvolta pericolose talvolta grottesche, soluzioni tecniche intelligenti o madormali castronerie: questo è il corpus di aneddoti del mio lavoro, aneddoti dei quali anch'io sto raccogliendo un piccolo tesoro tutto mio. Ed è bello raccontarli a tavola agli amici, a chi mi è caro, alle ragazze... Magari, come è dei vecchi volponi, colorandoli con tinte un po' più intense del vero, sì - via, diciamocelo! - romanzandoli un po', calcando un po' la mano. E forse qualcuna, con l'animo di chi crede e il sorriso vispo di chi pesa la verità e l'innocente menzogna, vorrà sapere qualcosa di più sul quel ragazzo che racconta di storie e avventure in posti lontani.

E il precedente c'è, illustre ed indimenticabile...

Her father loved me; oft invited me;
Still question'd me the story of my life,
From year to year, the battles, sieges, fortunes,
That I have passed.
I ran it through, even from my boyish days,
To the very moment that he bade me tell it;
Wherein I spake of most disastrous chances,
Of moving accidents by flood and field
Of hair-breadth scapes i' the imminent deadly breach,
Of being taken by the insolent foe
And sold to slavery, of my redemption thence
And portance in my travels' history:
Wherein of antres vast and deserts idle,
Rough quarries, rocks and hills whose heads touch heaven
It was my hint to speak,--such was the process;
And of the Cannibals that each other eat,
The Anthropophagi and men whose heads
Do grow beneath their shoulders. This to hear
Would Desdemona seriously incline:
But still the house-affairs would draw her thence:
Which ever as she could with haste dispatch,
She'ld come again, and with a greedy ear
Devour up my discourse: which I observing,
Took once a pliant hour, and found good means
To draw from her a prayer of earnest heart
That I would all my pilgrimage dilate,
Whereof by parcels she had something heard,
But not intentively: I did consent,
And often did beguile her of her tears,
When I did speak of some distressful stroke
That my youth suffer'd. My story being done,
She gave me for my pains a world of sighs:
She swore, in faith, twas strange, 'twas passing strange,
'Twas pitiful, 'twas wondrous pitiful:
She wish'd she had not heard it, yet she wish'd
That heaven had made her such a man: she thank'd me,
And bade me, if I had a friend that loved her,
I should but teach him how to tell my story.
And that would woo her. Upon this hint I spake:
She loved me for the dangers I had pass'd,
And I loved her that she did pity them.
This only is the witchcraft I have used.

W. Shakespeare, Othello, Act I, Scene 3




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20 marzo 2007

Mettere al mondo un bambino

Mettere al mondo un bambino: più guardo i bambini di oggi e meno ne sento voglia. Mettere al mondo un bambino e sottopormi fin da subito al tormento dei regali, dei vestitini, delle moine, del cambio dei pannolini, delle veglie notturne; rinunciare a quel po' di libertà di cui ancora dispongo, la libertà di tornare a casa e leggere un libro, di uscire con gli amici, di non fare nulla, la libertà di dormire, di imprecare, di essere scorbutico quando e come voglio.
Mettere al mondo un bambino e sottopormi all'odiosa trafila di festicciole da preparare, di battesimi, prime comunioni, cresime, di compleanni con gli amichetti, di insulse feste a scuola dove sarei costretto a sorridere di scempiaggini e idiozie.
Mettere al mondo un bambino e cercare di salvarlo dalle patatine fritte e dalle porcherie, dai pomeriggi davanti alla televisione, dai cartoni animati, dai giocattoli volgari che i suoi amichetti compreranno e lo costringeranno a comprare. Mettere al mondo un bambino e consegnarlo all'ordalia spossante di corsi scolastici e parascolastici, di lezioni di pallavolo o pianoforte, di calcio o di inglese, nel tentativo di scoprire una passione che potrebbe non avere, un talento di cui il cielo potrebbe non averlo dotato. Mettere al mondo un bambino e infilarlo nella fornace spalancata della scuola, dove brandelli di istruzione gli verranno infilati nella testa senza che abbia il tempo di capirli, di farli suoi, forse perfino di amarli.
Mettere al mondo un bambino ed inorridire di rabbia di fronte ad una madre possessiva, gelosa e monomaniaca, ansiosa per il più lieve soffio di vento che possa sfiorare il suo tesoro; il tesoro su cui concentra le sue povere speranze di redenzione.
Mettere al mondo un bambino, e sentire un bel giorno che in casa c'è un estraneo, forse neppure tanto gradito e forse addirittura ostile. Un estraneo puntiglioso, esigente, pertinace, capriccioso.

Mettere al mondo un bambino: una cosa che avrei potuto fare solo con te, nella serena noncuranza dell'amore, nel desiderio di generare qualcuno che potesse chiamarti mamma.

Mettere al mondo un bambino: una cosa che non credo farò mai.




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14 marzo 2007

Accetta

Un colpo d'accetta su questi 8 mesi. Un mio colpo d'accetta, poiché la finzione era diventata insostenibile e rischiosa, rischiosa per te. Un colpo d'accetta sul bene che mi vuoi, un colpo d'accetta sul mio amore per te, folle, mascherato, doloroso, ma amore, mille volte amore. Il male che tu mi hai fatto non è neppure paragonabile a quello - enorme - che ora ti sto facendo io; ma non era possibile che tu ti innamorassi di una tragica commedia. Ora la commedia è finita.




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9 marzo 2007

Schopenhauer e le scie degli aerei

Guardare le scie degli aerei è uno degli spettacoli che più mi incantano... Mi piace guardarle nel cielo azzurro, qualche minuto dopo che l'aereo è passato, mentre il vento delle alte quote dell'atmosfera comincia via via ad allargarle e sfrangiarle; è bello vedere due scie che apparentemente si incrociano, come rette incidenti o sghembe lassù in mezzo al cielo.
E ancora più bello è vedere la scia mentre esce dalle turbine dell'aereo; sembra quasi una coda di cotone che venga dipanata e cacciata fuori con forza mentre l'aereo fila, rettilineo, perfetto, velocissimo, verso la sua meta. Appena esce dall'aereo la scia è compatta, densa e il vento pare che neppure possa scalfirla...

E l'aereo, sì, l'aereo che vola lassù, velocissimo, in mezzo al cielo azzurro. Questo contenitore di uomini che viaggiano, che vanno verso una meta, che volano, lasù, in alto, al di sopra di ogni cosa, al di sopra delle angosce, delle mie angosce, dei tormenti, dei miei tormenti. Ogni volta che vedo un'aereo nel cielo azzurro, mi viene da invidiare chi ci sta volando in quel momento, mi chiedo dove starà andando, quali programmi avrà nella città di arrivo, cosa starà facendo in aereo... E mi dico, saldamente piantato coi piedi nel fango del mio turbine di pensieri, che vorrei anch'io volare lontano, che sarei felice di volare via dentro quell'aereo.

Ma anch'io ho preso e prendo aerei, anch'io so cosa vuol dire sfrecciare sopra il letto d'ovatta delle nuvole. E sfrecciare nell'azzurro non allevia le angosce, non calma l'ansia, non rende più felici. Quell'aereo che, mentre sto a terra, sembra una visione beata di consolazione, di quiete e di felicità, diventa una delle tante porzioni di noia e di inquietudine non appena ci salgo sopra. E così, quando vedo nel cielo un aereo, posso anche invidiare i suoi passeggeri e sognare di stare lassù, ma so che la mia vita certo non cambierebbe se fossi uno di loro.

Schopenhauer: Frattanto un ottimista mi intima di aprire gli occhi e di dare un'occhiata al mondo, per vedere quanto esso sia bello, alla luce del sole, con i suoi monti, fiumi, piante, animali e via di seguito. Ma allora il mondo è un diorama? Queste cose sono certo belle a vedersi; ma essere queste cose è tutt'altra faccenda.




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20 febbraio 2007

Il Maelstrom di Orazio (con intermezzo sui miei capelli bianchi)

Ho sempre amato i racconti di mare e di avventura: da piccolo mi incantavo a sentire mio padre che mi raccontava di Achab e di Ismaele che parte per mare; più grandicello, ho letto Moby Dick un paio di volte, e tanto tempo fa tentai di ingannare il dolore leggendo la storia del viaggio della Endurance tra i ghiacci del Polo Sud. Dietro questo amore per i racconti di mare c'è forse il gusto puerile che da bambini ci fa prediligere le storie di pirati e marinai; e forse c'è anche l'intima convinzione che in una vita avventurosa avrei potuto sanare e dimenticare ogni pena, ogni dolore: sulla banchisa polare o nel Mar dei Sargassi, è raro che il cuore si lamenti... Si lamenterà forse il corpo, ma non il cuore...
Ieri sera, mentre ero a casa e stavo finendo di preparare alcune carte per il lavoro, mi ha folgorato il ricordo di un racconto di Poe che ho sempre amato, Una discesa nel Maelstrom. Anch'io sto scendendo dentro al mio Maelstrom, e sto tentando di scendervi ad occhi aperti, senza paura, con l'intelligenza la più lucida possibile; da più di sei mesi ormai l'enorme gorgo mi circonda, un gorgo che ora si stringe su di me ed ora si allarga, un vortice con cui ormai ho preso confidenza e che a volte presumo di poter dominare. È il senso di vertigine che mi prende quando la ragazza che amo mi chiede denaro per fare l'amore con lei e mi dice che con altri e con altre ancora l'ha fatto e lo farà per denaro, perché a me la lega appena un tenue - ma per me preziosissimo - senso di affetto; è il senso di vertigine e di desolazione per l'amore buttato via, forse mal riposto, per le menzogne dette, per le occasioni perdute. È il senso di spaesamento che mi prende quando parlo con una ragazza di 23 anni e la trovo pronta ad ogni azione, rotta ad ogni esperienza; e mi sembra ogni volta di scoprire un mondo informe, strano e terribile come il fondo di un vortice immenso. È il dolore che mi schiaffeggia quando lei mi snocciola le sue avventure, è il senso di incompletezza e vuoto che provo ogni volta che la vedo quando da solo me ne torno a casa, è la paura di un oggi e di un domani passati a lavorare e far quattrini come una bestia da soma, senza il calore di un amore corrisposto. Sto scendendo nel gorgo, ma con tutte le mie forze lo farò ad occhi aperti, per farne esperienza fino in fondo, per conoscere tutto, per vedere ogni cosa. Con gli occhi aperti e sicuri, cercando di non dimenticare che sopra al Maelstrom c'è ancora il cielo e che entrambi fanno parte dell'ordine del creato.
My hair, which had been raven-black the day before, was as white as you see it now. Scendere nel Maelstrom fa invecchiare, imbianca i capelli per la paura e per l'orrore. E io dò il benvenuto ai quei primi fili grigi che a 33 anni cominciano a comparire sulla testa o nella barba: mi piacciono, sono belli, sono segno di vita vissuta.
E cosa c'entra Orazio? Vedere Epistulae, I, vi:
Nil admirari prope res est una, Numici,
solaque, quae possit facere et servare beatum..

Non stupirsi di nulla è forse la sola ed unica cosa, o Numicio, che possa rendere e conservare felici... Ecco, ci pensavo stamani venendo al lavoro, dovrei imparare a non stupirmi di nulla, ad aspettarmi ogni cosa come naturale, come ovvia: non stupirmi dei tradimenti, dell'avidità, della leggerezza; non stupirmi dell'affetto banale e della tenerezza, non stupirmi dell'amore e del sesso, dell'interesse e della passione. Rimanere freddo di fronte a tutto questo, come un vecchio marinaio che ne ha viste troppe per meravigliarsi ancora di fronte a qualcosa. Nil admirari. Ma per fare questo, bisogna averne discesi di Maelstrom, bisogna averne di capelli bianchi...




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3 febbraio 2007

Bèla giurneda...

Magnifica giornata di sole e di cielo azzurro. Verso le 10 ho fatto colazione al bar, l'unico bar del paesino di Coccolia (un nome che è tutto un programma), tra Ravenna e Forlì. Esco dal bar e incrocio un vecchietto, mai visto né conosciuto, che mi rivolge la parola tutto sorridente: Ac bèla giurneda incù, e' ven la primavera! (Che bella giornata oggi, viene la primavera!). Chissà perché mi ha detto, quasi gridato, questa frase... Forse perché involontariamente ci siamo trovati a pochi passi di distanza e aveva voglia di condividere il suo stato d'animo, forse perché la mia faccia sembra sempre allegra (e la cosa mi indispettisce, a volte) perfino quando dentro sono lacerato fino al fondo del cuore, forse perché mi aveva preso per un altro. Gli ho risposto in dialetto, sorridente anch'io Ah par forza, l'a da vnì la primavera! (Ah per forza, deve venire la primavera!). Un attimo di minuscola felicità.

Forse è per questo che il destino ha voluto che tu fossi lontana, che tu non fossi delle mie parti. Perché mi piacerebbe farti vedere questa mia terra, portarti in piazza a farti sentire i vecchi che parlano in dialetto, e tradurre i loro discorsi, sorridendo, a te che non li capiresti; mostrarti i posti che frequento, gli alberi, le colline, la campagna; raccontarti le storie che si nascondono dietro all'oro dei mosaici, Belisario ridotto a mendicare, Teodora e Giustiniano che sono immagine di noi, di noi due e del nostro vivere assurdo... Amore da guida turistica lo chiamo quando voglio ironizzare su me stesso. Ma ti regalerei tutto questo, perché è parte di me...




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18 gennaio 2007

L'anima e le città

Bologna: i lunedì mattina in treno, studiare alla notte con la radio accesa, guardare i vicini dalla finestra, gli amori mancati, il caldo di giugno prima di un esame, le mani bagnate di pioggia sul manubrio, le ore passate in libreria, il teorema di Dini e il governo Dini, l'ambizione, la pigrizia.

Milano: il guadagno, i fornitori, i clienti, il corso di oleodinamica, la ragazza laureata precaria che ci vive con marito e figlio a 1.000 € al mese, le file in tangenziale, l'Holiday Inn e i motel, tu che mi dai la mano davanti al castello che fecero gli Sforza (romagnoli, come me), i nostri commenti davanti alle vetrine, io e te a cena come principi, l'elefantino del senegalese, la mia gelosia, la noia di una domenica pomeriggio, la tua macchina che si allontana nel tramonto.

Roma: da solo a spasso in via dei Fori Imperiali a far da guida a me stesso, l'iscrizione sotto la statua di Marco Aurelio, il sole in dicembre, C. Iulio Caesari Dictatori Perpetuo, il verde dei colli, la gente che corre di sera al Circo Massimo, i vespri a S. Pietro e il Te Deum e la voce pacata di un vecchio prete tedesco, il mangiare buono e la brava gente, malinconia accecante di S. Paolo fuori le mura, la via Appia e il cielo azzurro, il cuore in equilibrio sul filo della serenità. Ecco, forse l'unica delle grandi città dove mi piacerebbe vivere, a me provinciale di Ravenna.




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